Sistemi Totalitari: Quando la propaganda si ritorce contro

Sistemi Totalitari: Quando la propaganda si ritorce contro

Argomento: Totalitarismo e mezzi di comunicazione di massa

Sistemi Totalitari: Quando la propaganda si ritorce contro

Con l’instaurazione dei sistemi totalitari i loro leader hanno fin da subito cercato un modo di assicurarsi il potere, tra le varie iniziative vi era quella di effettuare una forte propaganda, per far si di educare le persone al loro movimento e scongiurare eventuali proteste. Per rendere questo nuovo metodo più efficace vennero utilizzate e sperimentate nuove tecnologie come il cinema e la radio, tecnologie che però si sono ritorte contro i loro scopi e vennero utilizzate dai cittadini per un’anti-propaganda.

Lo strumento della propaganda di per se non è poi così efficace, come scrisse Hitler nel libro La mia vita: “una propaganda […] non condurrà a un successo sicuro se essa non accentuerà sempre lo stesso tema fondamentale. Bisogna limitarsi a poche cose, ma queste vanno ripetute continuamente”. Nacque quindi la necessità far arrivare a quanti più cittadini possibile e per più tempo possibile una determinata informazione. Si iniziò dall’istruzione, venne infatti effettuata una selezione dei libri di testo, ma “in un Italia semianalfabeta”, afferma Mimmo Franzinelli, “libri e giornali erano appannaggio di una élite. Per arrivare a tutti il regime dovette inventare nuove forme di pubblicità” ed era quindi necessario sfruttare nuovi mezzi di comunicazione.

Uno dei principali personaggi che sfruttò questo consiglio fu Mussolini, che “grazie alla radiofonia e agli altoparlanti installati nelle piazze italiane”, continua Mimmo Franzinelli, “mobilitò per anni, un sabato dopo l’altro, milioni di uomini e donne, schierati in adunata”. Promosse anche l’utilizzo della radio tant’è che numerose furono le trasmissioni ascoltate dagli italiani via radio.

Ovviamente non tutti gli italiani cadettero nel “tranello” della propaganda, come ci dice John Pilger infatti “nelle società totalitarie, la gente sa che loro governi mentono: che loro giornalisti sono mero funzionari, che loro accademici sono complici”, così che alcuni cittadini iniziarono a sfruttare i mezzi per fare propaganda per effettuare una anti-propaganda. Sempre Mimmo Franzinelli ci ricorda che numerosi furono i rapporti della polizia segreta fascista che “segnalarono l’intensificarsi dell’ascolto di emittenti estere in lingua italiana, naturalmente ostili al duce. Prima fra tutte, Radio Londra”.

Fu quindi così che un mezzo molto diffuso per fare propaganda, venne utilizzato per combattere le severe leggi e il forte proibizionismo imposto dai sistemi totalitari, e si ritorse contro chi ne incentivò l’uso.

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Durante questo mio attento studio di tutti gli avvenimenti politici, l’attività della propaganda mi aveva sempre fortemente interessato. […] Essa è un mezzo; va quindi giudicata in funzione dello scopo. La sua forma deve servire a questo, e gli si deve adattare completamente. […] L’arte della propaganda si rivolge esclusivamente a far nascere una generale convinzione della realtà di un fatto, della inevitabilità di un avvenimento, della giustezza di qualcosa di fatale. E dacché essa non è necessità in sé stessa – ne può esserlo che il suo compito consiste, come pel manifesto, nell’attirare l’attenzione della massa, e non nell’istruire coloro che già son saputi o ancora cercano istruzione e conoscenza – così i suoi effetti devono sempre essere rivolti al sentimento, e solo limitatamente alla cosiddetta ragione. […] Allo stesso modo una propaganda, per geniale che sia nei suoi componenti, non condurrà a un successo sicuro se essa non accentuerà sempre lo stesso tema fondamentale. Bisogna limitarsi a poche cose, ma queste vanno ripetute continuamente. L’ostinazione è, anche qui come quasi sempre nel mondo, la più importante premessa del successo […] Qualsiasi propaganda, commerciale e politica trova il suo successo nella durata e nell’uniformità della sua applicazione.
(Adolf Hitler, La mia vita, Bompiani, 1941)

A scuola, prima alle elementari e poi anche alle medie, furono adottati testi unici, le biblioteche passate al setaccio ed epurate. “Ma in un Italia semianalfabeta”, spiega Mimmo Franzinelli, studioso dell’Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione ”libri e giornali erano appannaggio di una élite. Per arrivare a tutti il regime dovette inventare nuove forme di pubblicità”. E così, in stampatello e a caratteri cubitali, fin nelle più piccole località, sui muri e lungo le strade, comparvero decine di slogan. Lapidari e comprensibili a tutti, dovevano entrare nelle teste della gente, anche in quelle più dure. Ma la vera arma segreta fu la radio, sperimentata in Italia tra il ’22 e il 24. Mussolini ne intuì le potenzialità e la utilizzo per fare un altro dei suoi gol: grazie alla radiofonia e agli altoparlanti installati nelle piazze italiane, mobilitò per anni, un sabato dopo l’altro, milioni di uomini e donne, schierati in adunata. Il messaggio era chiaro: “Insieme siamo forti”. Cose del genere, in Occidente, non si erano mai viste: la politica imposta con tecniche commerciali. Eppure, proprio dalla radio Mussolini ricevette lo schiaffo più doloroso. Dalla fine del ’39, quando gli abbonati erano diventati, dai 40 mila del 1927, circa un milione, i rapporti dell’Ovra, la polizia segreta, segnalarono l’intensificarsi dell’ascolto di emittenti estere in lingua italiana, naturalmente ostili al duce. Prima fra tutte, Radio Londra.
(Michele Scozzai e Aldo Carioli, La macchina del consenso, Focus Storia, 2005)

L’uomo era dotato di una memoria prodigiosa, di una rapida intuizione del carattere degli uomini e dei tratti salienti di un problema. Prima di altri comprese l’importanza dei nuovi mezzi di comunicazione di massa che molti bolscevichi, immersi nella cultura libresca propria dell’intelligencija, neanche sospettavano. Seppe utilizzare il cinema, la radio, la propaganda come nessuno dei suoi rivali politici avrebbe potuto o voluto fare. Forse comprese – sicuramente presentì- che cosa significava lo sviluppo della società di massa. […] L’insieme del sistema si è diretto verso un accentramento sempre più forte, fino a lasciare come elemento stabile solo il capo, idolatrato, di fronte alle masse informi e solitarie. Il culto della personalità di Stalin, eccessivo e orientalizzante, era il coronamento necessario di questo potere solitario, sprovvisto di ogni controllo e di ogni contrappeso.
(Alessandro Mongili, Stalin e l’impero sovietico, Giunti, 1995)

Come la dittatura di Suharto, questi signori e la guerra sono i nostri amici ufficiali, mentre i talebani erano i nostri nemici ufficiali. La distinzione è importante, perché le vittime dei nostri nemici ufficiali sono degne di considerazione e preoccupazione, mentre quelle dei nostri amici ufficiali non lo sono. Questo è il principio mediante cui regimi totalitari gestiscono loro propaganda interna. E tale la maniera in cui le democrazie occidentali, inclusa l’Austria, gestiscono la loro. La differenza è che, nelle società totalitarie, la gente sa che loro governi mentono: che loro giornalisti sono mero funzionari, che loro accademici sono complici. Tali persone imparano a comportarsi di conseguenza, imparano a leggere tra le righe, possono contare su di una fiorente clandestinità. Scrittori e poeti scrivono in codice, come succedeva in Polonia e in Cecoslovacchia durante la guerra fredda. Un amico cecoslovacco, un novellista, mi disse “Voi non sente siete svantaggiati. Avete il vostro mito della libertà di informazione e, dunque, non vi esercitate a leggere tra le righe. Un giorno, ciò vi servirà”.
(John Pilger, Nella “guerra al terrorismo”, potere propaganda e coscienza, www.arabcomint.com)

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