I Malavoglia – Giovanni Verga

I Malavoglia – Giovanni Verga

Giovanni Verga

Giovanni Verga

Giovanni verga nasce a Vizzini il 2 Settembre 1840 e muore a Catania il 27 Gennaio 1922. Fu il maggior esponente verista. Era figlio di una nobile famiglia di proprietari terrieri che nel 1854, a causa di un’epidemia di colera, dovette rifugiarsi nella campagna di Tèbidi, così come nel 1855. I ricordi di questo periodo, legati alle sue prime esperienze adolescenziali e alla campagna, ispireranno molte delle sue novelle, come Cavalleria rusticana e Jeli il pastore. Inizialmente a causa dei suoi studi adottò uno stile di scrittura romantico, ma con l’avvento dello stile verista si convertì. Tra le sue maggiori opere troviamo Rosso Malpelo, I Malavoglia, Storia di una capinera, La lupa.

I Malavoglia

Copertina I Malavoglia (Feltrinelli Editore)

Dall’incipit del libro:

Questo racconto è lo studio sincero e spassionato del come probabilmente devono nascere e svilupparsi nelle più umili condizioni, le prime irrequietudini pel benessere; e quale perturbazione debba arrecare in una famigliuola vissuta fino allora relativamente felice, la vaga bramosia dell’ignoto, l’accorgersi che non si sta bene, o che si potrebbe star meglio. Il movente dell’attività umana che produce la fiumana del progresso è preso qui alle sue sorgenti, nelle proporzioni più modeste e materiali. Il meccanismo delle passioni che la determinano in quelle basse sfere è meno complicato, e potrà quindi osservarsi con maggior precisione. Basta lasciare al quadro le sue tinte schiette e tranquille, e il suo disegno semplice. Man mano che cotesta ricerca del meglio di cui l’uomo è travagliato cresce e si dilata, tende anche ad elevarsi, e segue il suo moto ascendente nelle classi sociali. Nei Malavoglia non è ancora che la lotta pei bisogni materiali. Soddisfatti questi, la ricerca diviene avidità di ricchezze, e si incarnerà in un tipo borghese, Mastro-don Gesualdo, incorniciato nel quadro ancora ristretto di una piccola città di provincia, ma del quale i colori cominceranno ad essere più vivaci, e il disegno a farsi più ampio e variato. Poi diventerà vanità aristocratica nella Duchessa di Leyra; e ambizione nell’Onorevole Scipioni, per arrivare all’Uomo di lusso, il quale riunisce tutte coteste bramosie, tutte coteste vanità, tutte coteste ambizioni, per comprenderle e soffrirne, se le sente nel sangue, e ne è consunto (Liber Liber)

Le caratteristiche veriste della prefazione

Si possono intuire le intenzioni veriste dell’opera già dall’introduzione della prefazione, in cui si legge che questo sarà un racconto sincero e spassionato di una povera famiglia dell’epoca, che dovrà sopravvivere nelle più umili condizioni e che dovrà scontrarsi con la fiumana del progresso che a quel tempo si stava spargendo verso il sud Italia 🇮🇹. Viene analizzata una famiglia povera e umile perché il meccanismo delle passioni che la determinano in quelle basse sfere è meno complicato ed incorniciato nel quadro ancora ristretto di una piccola città di provincia, per poi ampliarsi ed andare a raccontare vicende dei singoli personaggi del tempo.

Le caratteristiche stilistiche della narrazione di Verga

Tra le caratteristiche stilistiche stilistiche della narrazione di Verga possiamo notare il descrivere meticolosamente i luoghi in cui avvengono le vicende, tipico inoltre dello stile Verista. Troviamo il nominare e ripetere dei nomi di luoghi e personaggi contornati dall’uso di un linguaggio dialettico tipico della popolazione contadina. Inoltre, non viene mai fatto uso del discorso diretto ma vengono utilizzati i monologhi.

I Malavoglia: un romanzo corale

I Malavoglia può essere definito un romanzo corale perché Verga non privilegia nessun punto di vista. Tutti i personaggi sono nello stesso piano e avviene una narrazione come quasi fosse in contemporanea. Un esempio può essere quando i personaggi si imbarcano per salpare con la provvidenza in cui viene mostrata la scena dal punto di vista di tutti i personaggi. Possiamo quindi dire che il romanzo di Verga: I Malavoglia può essere considerato un romanzo corale.

I Malavoglia: un lieto fine o un disastro ancora peggiore?

La rottura di un equilibrio
Nella prefazione al romanzo Verga presenta il tema di fondo dello scritto: la rottura di un equilibrio dato dalla tradizione immobile e abitudinaria di una famiglia semplice di Aci Trezza, per l’irrompere di nuove forze, «la fiumana del progresso» scrive Verga, il desiderio di migliorare le condizioni di una vita grama, lasciando risplendere i luccichii di una necessaria modernità nel buio fitto dell’universo arcaico. La prefazione potrebbe leggersi insieme al commento di Luigi Russo, noto recensore dell’opera omnia verghiana: per il critico il testo rappresenta l’esaltazione del mondo primitivo, la «religione della casa» e della famiglia.

La lotta dei Malavoglia
La lotta de i Malavoglia non è esclusivo battersi contro la natura geografica incarnata dal mare, bestia famelica che inghiotte la piccola barca dei pescatori, la Provvidenza, portando morte e disperazione, ma anche scontro con la natura umana, rivisitata nelle malelingue degli abitanti di Aci Trezza: gente invidiosa, pettegola e cattiva.

L’abbandono dei valori
Quando il giovane ‘Ntoni lascia il focolare domestico perché disgustato dalle condizioni estreme di un’esistenza il cui peso non riesce a sopportare, getta l’intera famiglia nel tormento, lasciando gravare la funerea sensazione che i valori da sempre perseguiti, ormai senz’anima, non abbiano più ragion d’essere. E questi valori sono la casa, in quanto materializzazione della possibilità di sopravvivere, ma anche l’onestà, l’onore. Vessilli in costante estinzione.

La crisi del progresso
Ne I Malavoglia restano ancora in vita i depositari delle leggi e dei codici esistenziali messi in crisi dal progresso: oltre al vecchio ‘Ntoni, anche Bastianazzo e altri; ma da vicino i loro valori rivelano la natura di ideali ormai incomprensibili ai più, a quella massa che si è sporta ad ammirare i nuovi dei, il denaro, il successo. Il paese, Aci Trezza, è un coro di abbrutiti, di gente avvelenata dai principi avari del materialismo. Verga non descrive gli ambienti, lo stile impersonale glielo impedisce. E allora getta pennellate veloci e poi scrive: racconta del mare che è, tuttavia, metafora infausta dell’onda del progresso che travolge chi è incapace di cavalcarla.

La fotografia de I Malavoglia
Il momento storico è la fotografia degli stessi anni in cui Verga narra (1863-1878). E’ la quotidianità dell’Italia post-unitaria, la vita dei nostri predecessori nei suoi risvolti umanamente impoveriti quali il brigantaggio, il lavoro minorile, il servizio militare e le tasse. E’ uno sfondo che, tuttavia, ha dato modo al romanzo verghiano di farsi voce viva e attuale di una storia realmente vissuta, regionale e universale insieme.

L’assenza dell’autore
Verga ha un chiaro atteggiamento di premuto pessimismo. D’altronde è ateo e materialista, non si giova dei privilegi donati dallo spirito paraclito della religione, che egli intende come insieme di atteggiamenti di sola pratica abitudinaria senza valore consolatorio alcuno. Non si intromette nella narrazione, affida tutto alla tecnica ben nota dell’impersonalità, del lasciare che sembri, davvero, che l’opera si sia scritta da sé. Nessun filo si percepisce tra il romanzo e il suo autore, nessun collegamento da potersi fare. Tanti sono i proverbi, simbolo della saggezza di una generazione passata, molti i paragoni, mente il flusso gergale è usato solo là dove serve.

Verga alla pari dei personaggi
E la vita, nel romanzo, assume un po’ i caratteri dell’immobilismo: nulla evolve o muta. Verga si lascia trascinare indietro e regredisce, quasi risucchiato dalle pagine del romanzo. Si abbassa al livello dei suoi personaggi in modo da poter dire, fare e vedere così come essi dicono, fanno e vedono. La sintassi e il lessico sono di stampo popolare, di un siciliano carico di anacoluti ed errori, che tuttavia, fatta eccezione per quei pochi vocaboli assolutamente intraducibili, non è dialettale. E il discorso è totalmente libero. Diretto, nonostante venga reso indirettamente.

Un lieto fine?
Dopo il naufragio della Provvidenza, i ripetuti lutti, i debiti dovuti al fallimento del commercio di lupini e l’allontanamento del giovane ‘Ntoni, fuggito alla scoperta della vita nella grande città, Alessi, uno dei nipoti del vecchio ‘Ntoni, troverà il modo di riscattare la “casa del nespolo” e ricomporre un frammento dell’antico nucleo familiare. Dunque, sembrerebbe di ravvisare un lieto fine tra le ultime righe del romanzo, ma la critica recente non è del tutto concorde.

… o un disastro ancora maggiore?
C’è chi, come Barberi Squarotti, la pensa diversamente: l’uscita di prigione del giovane ‘Ntoni, il ritorno a casa dello stesso e, di nuovo, il suo definitivo allontanarsi nella piena coscienza di una spaccatura insanabile con la propria famiglia, è il simbolo di un commiato ancora più disgregante. E’ il distacco dal mondo arcaico irrimediabilmente sconfitto per l’avvicinarsi dell’era moderna. E’ un passaggio. Il percorso del giovane ‘Ntoni, d’altra parte, sarà ripreso e continuato da Gesualdo che, esponente più tipico del mondo evoluto, avrà il dinamismo e l’intraprendenza di un self made man. (Luperini).

I commenti sono chiusi